di Mario Michele Pascale

Il muro è stato, da sempre, la chat delle città. E’ visibile, comunica, arriva a tutti. E’ un ricettacolo di errori grammaticali? Pazienza. Cos’è meglio, una persona istruita che dice banalità seriali o un innamorato colto dalla profondità del proprio sentimento che dimentica qualche congiuntivo per strada?

Un po’ di tempo fa viaggiare in treno voleva dire scegliere tra scompartimenti “fumatori” e “non fumatori”. Poi la ragione ha prevalso, vietando di fumare nei convogli, tagliando la testa al toro. I vagoni per fumatori erano delle camere a gas. Io mi ci trovavo perfettamente a mio agio. Ero un avido consumatore di MS dure e, quando le mie magre finanze da studente me lo permettevano, passavo alle Chesterfield. Prendevo spesso il treno e, con esso, la mia buona dose di fumo attivo e passivo, crogiolandomi in quella pestilenziale nuvola grigia.

Il viaggio però veniva sempre guastato da chi, anche se disgustato dal tabacco, prendeva posto nello scompartimento dei fumatori. In genere era una ragazza sui venticinque anni, capelli ben curati, trucco ordinato ma seriale del tipo “guarda il mio cervello”, abbigliamento molto femminile, con grandi fiocchettoni rosa nei capelli, modello anni ’80, ma quasi monacale, del tipo “guarda il mio cervello e non cercare le mie poppe”, vocina squillante e sgradevole del tipo “guarda il mio cervello e non fare finta di non sentirmi”.

Ella guardava tutti in cagnesco, con gentile supponenza e un cattolico senso di superiorità, come una principessa della casata Sanseviero, maritata Ruffo Di Calabria e marchesa di Galdo e Spinazzo poteva rimirare il guardiano dei suoi porci. Noi poveri mortali, popolo del treno pre-pendolarismo, fatto di studenti, militari di leva in licenza e muratori, familiari di pazienti ricoverati nel lontano ospedale, cercavamo disperatamente di capire, ma non capivamo. Dopo un po’ la marchesa di Galdo e Spinazzo iniziava a tossire, andando avanti sempre più sguaiatamente, del tipo “guarda che sto tossendo”. Ad un certo punto sbottava, lanciando epiteti poco carini agli astanti. All’arrivo del controllore chiedeva di parlare con il capotreno che, non appena compariva nel raggio visivo della signorina, veniva investito dalla polemica.

L’oggetto del contendere era il fumo. Il fumo le dava fastidio. Con pazienza il capotreno cercava di spiegarle che nei vagoni per non fumatori c’era posto e che se lei decideva di sedersi in uno scompartimento per fumatori, doveva mettere in conto che qualcuno, prima o poi, avrebbe acceso una sigaretta. Era lei nel posto sbagliato.

Apriti cielo! Una lezione senza limiti sui danni del fumo e sulla buona creanza. Con una isteria padronale e le sillabe cadenzate come a teatro. E la vocina che penetrava nei nostri cervelli come un punteruolo.

Alla fine il capotreno diceva che non poteva far smettere noi di fumare, perché eravamo nel giusto. Noi bravi cittadini, educati, anche se di umile estrazione sociale, ci dichiaravamo pronti a spegnere le sigarette. La marchesa, irritata, dichiarava che non era questo il punto. Seguiva una pedissequa e circolare ripetizione dei danni del fumo e dell’educazione che ci mancava.

Questo finché qualcuno, perdendo la pazienza, non esprimeva un concetto cardine della comunicazione umana. La frase era più o meno questa: “Signurì, s’ t’ propr a patana, t’aviss grattà. Nun’ c’ romp u’ cazz…”. Traduzione “Signorina, se la tua vagina prude, grattatela. Non infastidire l’organo sessuale maschile”.

Reazione: prima silenzio, poi “ma come vi permettete” ed infine “neanche sapete parlare in italiano”.

Saper parlare in italiano.

Il piccolo borghese, come tutte le persone piccole, cova manie di grandezza. Ad ogni tramonto storico guarda con ammirazione la sua grandissima, lunghissima ombra. Ma è solo un effetto ottico. Svanito il quale vi è solo rabbia. Questa amena tipologia di persone, essendo priva di genialità, si appropria delle tecniche. Saprà disegnare, ma non produrrà mai nulla di artistico. Farà politica, abbassandola alla triste demagogia populista de “la politica fa schifo”. Scriverà pessimi libri e se si dedica alla scienza, occuperà i gradini più bassi nei laboratori di ricerca. Eppure può parlare nel nome della tecnica, della quale per decreto, per titolo di studio, è padrone.

La nostra marchesa di Galdo e Spinazzo dichiarò “neanche sapete parlare in italiano”. Eppure ella non è che esprimesse grandi concetti. Ne aveva due o tre che ripeteva in circolo. Era padrona della tecnica linguistica, della grammatica, maestra della consecutio temporum. Ma diceva solo idiozie. Mi domando e vi domando: che senso ha conoscere le regole della lingua se non si comunica nulla o, peggio, si dicono solo stupidità e luoghi comuni ad uso esclusivo del proprio io? Il nostro problema, come comunità nazionale, ieri era quello di alfabetizzare tutti, oggi consiste nell’evitare l’analfabetizzazione di ritorno. Facebook è piena di idioti che si sentono baroni di Squillace e camerieri privati del Papa. Scrivono bene in italiano. Ma il campo di battaglia dovrebbe essere quello di ridurli al silenzio, giacché i loro contenuti abbassano il quoziente intellettivo nazionale.

In soldoni, meglio un illetterato che comunque ha la capacità e la sensibilità di guardare alle stelle o un triviale laureato che non sbaglia i congiuntivi ma che è dotato dei sentimenti di un invertebrato e della coscienza sociale di un’ameba? Il primo, magari, di fronte ai drammi e alle stragi si commuove e si interroga. Il secondo si placa, pensando di aver fatto una grande cosa, con un semplice like alla pagina facebook “vittime di Bruxelles e Parigi”…

Fatemi sapere cosa ne pensate.

Nel frattempo vi lascio una piccola “galleria degli orrori”, che è anche una palestra di libertà. Il muro è il luogo simbolo delle città, in cui, ancor prima della stampa, l’uomo comunicava con i suoi simili. La scritta murale è sopravvissuta a Gutenberg e a Steve Jobs. Ha interpretato, hegelianamente, lo spirito del tempo. Compagna e maestra di rivoluzioni, oltre che moltiplicatrice keynesiana del lavoro dell’imbianchino.

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Questa scritta, che inneggia ad un amore multi sensoriale, associata al cartello “strada senza uscita” assume indubbiamente livelli epici, degni di un Rostand. Ma che cos’è una “H” tra le parole “io ti amo” se non un ostacolo che, giustamente, viene evitato? Bravo!

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L’amore è talmente “immenso” che la “s” non bastava. Quindi spazio alla “z”. Giusto!

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Un correttissimo “addio pupa, ti ho amato” non avrebbe mai reso il senso dell’abbandono, della caducità, dell’essere-gettati-nel-mondo in quanto creatura. Martin Heidegger avrebbe approvato.

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L’ignota mano che ha vergato con una nota in margine il murale manoscritto, ha ben compreso la profondità del sentimento. Cosa dire di più?

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Un segnale di pericolo deve essere evidente e ben visibile. Deve richiamare la nostra attenzione. Questa scritta, nella sua fragilità grammaticale, è, in realtà, un corretto esempio di comunicazione e di sano civismo. Molto più di chi, in internet, cita a vanvera, ma correttamente, Enrico Berlinguer…

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E con questo chiudiamo. E’ giusto. Il libro è comunque frutto delle politiche delle grandi concentrazioni editoriali, di interessi commerciali, di intrecci sempre meno artistici con le necessità dei produttori cinematografici. Il muro, invece, è uno spazio libero, a disposizione di tutti. La scritta sul muro è comunque un lampo che squarcia la notte e che tutti possono adoperare. Fatelo. Fatene un’arte. Fregatevene della grammatica, se scrivete e basta e, se dipingete, fregatevene della prospettiva, delle regole pittoriche. Ignorate le marchese di Galdo e Spinazzo.

Siate radicalmente liberi. Siate, con coraggio, voi stessi.

E state attenti alla polizia municipale …

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