di Clara Torregrossa

Recensione de Il giorno della civetta di Leonardo Sciascia

«“In Sicilia le nevicate sono rare”, pensò: e che forse il carattere delle civiltà era dato dalla neve o dal sole, secondo che neve o sole prevalessero. Si sentiva un po’ confuso. Ma prima di arrivare a casa sapeva, lucidamente, di amare la Sicilia e che ci sarebbe tornato. “Mi ci romperò la testa” disse a voce alta. »

Già dalle prime pagine Sciascia pone il lettore dentro l’intreccio dei fatti: siamo in Sicilia e assistiamo all’uccisione di Salvatore Colasberna, presidente dell’impresa edilizia Santa Fara, mentre sale sull’autobus per Palermo. L’omertoso venditore di panelle e il capitano Bellodi, con le sue gentili maniere da “continentale”, innestano da subito la spaccatura tra chi mente per paura e chi lotta con coraggio, contro ciò che per anni si è tentato non soltanto di sconfiggere ma anche di definire: “fenomeno, organizzazione, sistema, cosca, i fimminari”… Sì, perché tra parti di popolo siciliano che addirittura ne rinnegavano l’esistenza, si era soliti giustificare gli omicidi di mafia come dovuti al fatto che gli uomini morti ammazzati in questione non fossero dei buoni mariti, fimminari insomma, e dunque il loro destino tragico fosse in qualche modo giusto.

Bellodi, dopo vari interrogatori e varie domande irrisolte si avvicina alla giusta pista da seguire per risolvere il caso e capire chi è il mandante, così scopre che il probabile colpevole potrebbe essere Marchica, un noto sicario, processato e condannato per molti reati, ma scagionato per altrettanti. Nota, inoltre, una fotografia che lo ritrae insieme con don Calogero Guicciardo e l’onorevole Livigni. Molti i rimandi quindi alla realtà delle vicende che si consumavano nell’isola, i legami già degli anni ’60 della mafia con la politica, la Democrazia Cristiana in primis. D’altronde di cosa avrebbe mai potuto parlare uno scrittore palermitano? Il genio di Sciascia, però, sta nel fatto che quasi anticipando di trent’anni gli eventi in cui saranno coinvolti quei valorosi uomini che per il loro eroismo perderanno la vita in nome della libertà, l’intellettuale ci fornisce non solo una fotografia del suo tempo ma un’immagine che inevitabilmente, purtroppo, segnerà stereotipando il cittadino siciliano tanto quanto il milanese, l’Italia tutta, per l’eternità.

L’opera, nota tra i linguisti per la prima attestazione dell’espressione idiomatica “quaquaraquà”, creando tra l’altro non pochi problemi d’intendimento tra i lettori, fu alla fine di un’accesa polemica destinata a divenire celeberrima e collegata nella cultura popolare al mondo mafioso. Nell’edizione del 1972 acclude al testo, per mano dello stesso autore, un’avvertenza, in occasione dell’edizione einaudiana che in quell’anno usciva all’interno della collana «Letture per la scuola media». La breve appendice ricorda come nel 1960, anno in cui fu scritta l’opera, il governo negava l’esistenza della mafia, malgrado esistessero documenti che ne dimostravano la presenza. L’importanza dell’opera sta nel suo contenuto di denuncia: tra i primi a esporsi, Sciascia ci lascia la migliore analisi e un onesto esempio di didattica che uno scrittore tanto quanto un insegnante o un uomo libero deve attuare per comprendere ciò che lo circonda, analizzare i fatti ponendosi domande al di fuori di ciò che i media quotidianamente ci inculcano, plasmando il proprio pensiero informandosi correttamente, come un detective, come il capitano Bellodi, che alla fine…

… Ok basta, buona lettura!

Il giorno della civetta
Leonardo Sciascia
Adelphi
13,60 euro

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