di Mario Michele Pascale

Mi ha mandato la faccina con la linguetta di fuori. Gli ho risposto con il naso del maialino. C’è la doppia spunta. Lo ha letto, ma sono dodici minuti che non risponde. Perché? Potrei anche impazzire …

Negli ultimi tredici anni i divorzi sono aumentati del 61%. Le nuove procedure relative al divorzio breve fanno prevedere un aumento di questa cifra. Nessuno crede più al romantico motto “finché morte non vi separi”. Ma cos’è il matrimonio? Un contratto. In cui l’amore è stato per lungo tempo  una variabile indipendente: si univano i destini delle famiglie ed i relativi patrimoni. Chi non era così ricco volava leggermente più in basso.

Immanuel Kant riassumeva la faccenda così: la donna non aveva mezzi di sussistenza ma possedeva quelli riproduttivi. L’uomo non possedeva lo strumento atto a replicare compiutamente la specie, ma deteneva il monopolio dei mezzi di sostentamento. Il matrimonio soddisfaceva entrambi. Utero contro cibo. Oggi, per fortuna, non è più così. Le donne possono lavorare. Attraverso il lavoro raggiungono l’autonomia economica ed esistenziale, sono soggetti di diritto e non più oggetti, e si scrollano di dosso la tutela dell’uomo di casa. Ma è come se mancasse qualcosa. Le signore della borghesia bene inglese, che erano più dei maschi agguerrite avversarie delle suffragettes e delle prime attiviste per i diritti delle donne, lo sapevano bene. Il matrimonio borghese era comunque una forma di equilibrio, con ruoli ben definiti. Quando era scevro dalla violenza domestica e dal maltrattamento ed era benedetto dalla grazia di dio intesa nel suo senso biecamente materiale, era anche comodo. La moglie scansava tutte le fatiche, demandando la domesticità alle serve. L’unico pericolo era rappresentato dal parto.

Scardinato l’equilibrio economico, viene a mancare anche quello psicologico. Uomini e donne privati dei propri ruoli cercano qualcosa di indefinito l’uno nell’altro: la categoria di amore, che non è mai stata chiarissima, diventa ancora più nebulosa. Invece del desiderio, della dannazione sul modello Paolo e Francesca o della felicità idilliaca, si crea una nevrosi. Un senso di inappagamento globale e totale che trova il suo riscontro nelle alte percentuali dei divorzi.

Ester Viola, che oltre ad essere una scrittrice di talento è anche un avvocato divorzista, con L’amore è eterno finché dura, edito da Einaudi, ci dà una descrizione della 14046133_10210282978380242_3992292318754401143_ncrisi. Niente epica, nessun campo di battaglia. La guerra d’amore si consuma nel chiuso dell’ambiente casalingo, su di un divano, in pigiama. Le armi, per scongiurare
la separazione, non sono la lingerie  e i tacchi a  spillo, né quelle classiche della seduzione, ma i social networks. Facebook e Whatsapp danno tutte le risposte, sciolgono i dubbi meglio di un investigatore privato. I sospiri non si fanno più alla luna, ma alla doppia spunta, quando si colora. E non si interpretano più i tarocchi, ma gli emoticon e le loro sottili variazioni.

È un universo malato. Che ci condanna all’immobilità e alla consunzione. E l’ironia, la battuta sagace, l’aforisma al limite della filosofia, potente come una battuta di Sex and the City, di cui è capace Ester Viola non ci salvano. Ci fanno sorridere di noi stessi, delle nostre debolezze, ma chiudendo il libro ci assale un senso di: la certezza che ognuno di noi è solo e che l’amore è solo una menzogna. O, peggio, una malattia come il vaiolo: se sopravvivi, ti lascia cicatrici indelebili.

L’amore è eterno finché non risponde
di Ester Viola
Einaudi 2016
14,45 Euro

 

 

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