di Mario Michele Pascale

È più blasfemo parlare male dello sport che mettere in discussione la verginità di Maria. Ballardini ci prova comunque, riuscendoci.

“L’importante non è vincere, ma partecipare…”. E chi lo ha detto? Lo sport è performance, rabbiosamente liberista. Il primo ha tutta la gloria, gli altri, per quanto meritevoli, spariscono nel vuoto. Unica eccezione per le olimpiadi, dove il secondo ed il terzo ricevono anche loro una medaglia, affogando però nelle lacrime la loro disperazione dovuta all’occasione persa di essere primi. Se l’importante è partecipare, celebrare lo sport come momento di fratellanza e di esplosione di valori solidali, perché non premiare gli ultimi invece di relegarli, a mo’ di curiosità del circo Barnum, in qualche documentario in cui si mette in mostra la sofferenza del maratoneta disidratato che arriva al traguardo sei ore dopo degli altri?

Questo e tanti altri interrogativi (con le dovute risposte) li troverete nel volume di Bruno Ballardini, Contro lo sport (a favore dell’ozio), edito da Baldini e Castoldi. Ballardini non è nuovo a provocazioni. Tutte ben congegnate da un punto di vista concettuale e narrativo. Nel 2006 con Gesù lava più bianco, ha disvelato l’approccio di puro marketing della chiesa cattolica. Si è occupato anche di Papa Francesco ed oggi si presenta ai lettori scardinando il secondo polo della italica sacralità: la religione dello sport. Perché, è questa la tesi dell’autore, lo sport è una chiesa, con tanto di ritualità, misteri e sacerdoti officianti. Ed un grandissimo numero di credenti. Esattamente come la chiesa cattolica, che basa le sue fondamenta mondane su di un falso originario, la famosa donazione di Costantino, lo sport gerarchicamente organizzato ha la sua menzogna primigenia proprio ne “l’importante non è vincere, ma partecipare”. E chi lo ha detto? Istintivamente anche gli alti dirigenti delle federazioni sportive fanno il nome del San Pietro olimpico, il barone De Coubertin. In verità si tratta di una frase, decontestualizzata e marginale, che però “suonava bene”, pronunciata da un oscuro prelato della Pennsylvania, tale Ethelbert Talbot, durante la cerimonia di saluto ai partecipanti ai giochi di Londra del 1908. De Coubertin, bontà sua, tollerava questa visione della finalità senza scopo dello sport da dare in pasto al volgo, ma in cuor suo la disprezzava ferocemente. Per lui lo sport era una vera e propria religione, con i suoi apparati e la sua metafisica. E si doveva vincere, non partecipare.

13912487_10210282982660349_8156121363628979118_nIl simbolo dello sport, diciamo il suo crocifisso, è la fiamma olimpica. Per le masse essa è il segno dell’unità dell’umanità che si raccoglie intorno ai giochi. Sinonimo di pace, progresso e fratellanza. Anche qui siamo di fronte ad un falso. La cerimonia di accensione della fiamma olimpica fu un’idea del ministero della propaganda del terzo reich, studiata per dare solennità alle olimpiadi di Berlino. Di certo non per celebrare l’unità delle genti e delle razze. La cerimonia aveva, ed ha, una valenza fortemente religiosa, sacrale, palesemente neopagana. Spogliata del suo originario impianto nazional socialista, prosegue imperterrita la sua esistenza come liturgia.

Perché fare sport, si chiede e ci chiede Ballardini. Per i valori? Beh, la necessità di arrivare primi ad ogni costo, battere record, essere sempre sulla cresta dell’onda, lancia messaggi poco edificanti in netto contrasto con i sentimenti di solidarietà che comunemente si additano allo sport. Quanto all’educazione dei giovani il messaggio lanciato è quello di sgomitare il più possibile: si viene ricordati solo per le vittorie, non perché si fraternizza con gli avversari o con i compagni di squadra. Fare sport per il fisico? Ma non sarebbe più opportuno un fisioterapista, se si tratta di correggere la postura? E se il problema è l’armonia del corpo, che senso ha irreggimentarsi in una federazione sportiva? In ultimo lo sport è un lavoro non pagato. L’attività sportiva di base raccoglie energie, fisiche ed economiche, che alimentano i vertici delle federazioni. Un intero movimento suda per mandare un atleta alle olimpiadi o ai mondiali, suda gratis quando non è costretto a fare una colletta per mantenere in piedi le sedi, le palestre e le strutture organizzative.

L’interrogativo sul “perché fare sport” rimane aperto. Contro lo sport (a favore dell’ozio), è un’opera ben strutturata, di piacevole lettura a tratti anche gergale e familiare. Pone tantissime questioni, tutte scottanti, con una semplicità illuminista. Ve ne consiglio caldamente la lettura.

Contro lo sport (a favore dell’ozio)
di Bruno Ballardini
Baldini e Castoldi 2016
15 Euro

 

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