di Patrizio Paolinelli

Come (e perché) uscire dall’euro, ma non dall’Unione europea di Luciano Gallino

La recente uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea rende ancor più stimolante la lettura del libro di Luciano Gallino, pubblicato postumo nel maggio scorso, e intitolato Come (e perché) uscire dall’euro, ma non dall’Unione europea. Ad eccezione di un breve saggio conclusivo il volume è composto da una serie di articoli che il sociologo torinese scrisse per il quotidiano la Repubblica dal 2009 al 2015. Sul piano per così dire pratico due sono i motivi principali per i quali il nostro Paese dovrebbe uscire dall’euro: 1) la moneta unica è risultata un vero e proprio letto di Procuste che ha martellato il Welfare State, stroncato ogni politica di emancipazione delle classi popolari, infierito su salari e stipendi; 2) il debito pubblico italiano impedisce di fatto il rispetto delle clausole del fiscal compact che prevede, a partire dal 2016 e per i prossimi vent’anni, la riduzione al 60% del rapporto debito/Pil attualmente intorno 138%. Condizione che l’Italia non può rispettare a meno di un’irrealistica crescita del 5% del Pil all’anno o di essere umiliati e impoveriti oltremisura così come è accaduto alla Grecia.

In quanto sociologo dotato di spirito critico Gallino sapeva bene che numeri e percentuali non parlano da soli anche e soprattutto quando si ragiona di economia. E con una chiarezza esemplare rintraccia le ragioni che hanno fatto dell’euro più una minaccia che un’opportunità. Tre capitoli del suo libro si intitolano infatti “Senza lavoro”, “Senza denaro”, “Senza stabilità”. Condizioni che investono di anno in anno un numero sempre crescente di italiani. Il fallimento sul piano sociale della moneta unica va dunque cercato in un luogo di cui la cultura politica dominante non vuol sentir parlare: l’ideologia. Ed è proprio l’ideologia neoliberista la massima responsabile della crisi che dal 2007 ha colpito prima gli Stati Uniti e poi il Vecchio continente. Si tratta tuttavia di una crisi differente dalle precedenti perché comporta la radicale trasformazione della civiltà e in particolare della civiltà europea per come l’abbiamo conosciuta fino agli anni ‘80 del secolo scorso. Anni in cui il neoliberismo iniziava ad applicare le sue ricette economiche in tutto l’occidente. Per essere chiari: la crisi di cui l’euro è portatore costituisce un grimaldello per uscire dalla civiltà dei diritti sociali. Questo obiettivo spiega come mai si sia insistito per anni con le fallimentari politiche di austerità imposte alle popolazioni dell’Unione europea.

Ad oggi non sappiamo se dopo la Brexit ci sarà un ripensamento da parte delle istituzioni della Ue. E’ difficile. Intanto perché la Commissione europea risponde agli interessi delle élite dominanti, in particolare il capitale finanziario e i grandi potentati economici degli Stati Uniti. E poi perché è sinceramente devota al credo neoliberista. Può darsi che per motivi di opportunità politica la violenza della moneta unica si attenuerà momentaneamente in modo da non alimentare ancor più l’euroscetticismo dilagante. Ma quasi sicuramente non ci sarà un’inversione di marcia. Ciò che caratterizza il neoliberismo è la fede incrollabile nella superiorità del mercato capitalista e dunque nella drastica riduzione del ruolo dello Stato. Tutti sanno che l’aggettivo libero aggiunto al sostantivo mercato è più un mito che una realtà e che il ridimensionamento economico dello Stato altro non è che un modo per i privati di mettere le mani sui lucrosi mercati della sanità, dei trasporti e della scuola tanto per citare alcuni settori. Insomma Keynes è il nemico e il capitale deve avere le mani libere in ogni campo. Provocatoriamente Gallino si chiede come mai le sinistre europee non si siano opposte all’ideologia neoliberista opponendo alla copiosa letteratura sulla presunta superiorità del mercato “la superiorità tecnica, economica, civile, morale della sanità pubblica su quella privata, delle pensioni pubbliche su quelle private a fronte degli attacchi quotidiani alle prime da parte dei media e dei politici, sulla base in genere di dati scorretti”. Per rispondere a questa provocazione intellettuale sarebbe occorso un libro a parte. Libro che forse il sociologo torinese avrebbe contribuito a scrivere se non fosse scomparso nel novembre del 2015 lasciando un vuoto enorme nella sociologia italiana. Di certo la sua domanda dovrebbe far riflettere quelle sinistre di governo che a furia di ubbidire ciecamente alla Commissione europea hanno smarrito la loro natura e stanno consegnando l’Europa a partiti e movimenti reazionari.

A parere di Gallino l’ideologia neoliberale non costituisce una continuazione nella nostra epoca della dottrina politica liberale, ma per molti aspetti a una sua perversione. Perversione perché il neoliberismo non tollera alcun vincolo di natura morale, non riconosce alcun confine al suo agire e perché si affida esclusivamente al lato predatorio del capitale. La sociologia ha il compito smascherare la retorica neoliberale che la cosiddetta stampa indipendente diffonde acriticamente ormai da decenni. Un esempio in tal senso è il camuffamento della crisi da debito privato delle banche come crisi da debito pubblico degli Stati. E’ un ritornello che sentiamo ripetere quotidianamente pressoché dall’intero sistema dell’informazione e che Gallino denuncia come un vero e proprio falso. L’origine della grande recessione che ha colpito l’Europa non va ricercata nella spesa sociale ma in un sistema finanziario che in larga misura agisce nell’ombra tramite pratiche invisibili alle autorità di regolazione. Tali pratiche gli hanno permesso di diventare padrone dell’economia e di avventurarsi in operazioni ad alto rischio, se non addirittura truffaldine, come quelle che hanno generato la crisi del 2007. Quando dinanzi a tali eventi la politica aveva l’opportunità di riformare il sistema finanziario non lo ha fatto, ad esempio tornando a separare le banche commerciali da quelle di investimento. Allo stesso tempo la Commissione europea, il Fondo monetario internazionale e la banca centrale europea sono diventate il braccio operativo del sistema finanziario. Il risultato è che la politica non la fanno più i partiti e i parlamenti ma le banche, gli speculatori di borsa e la Troika, i cui organismi non sono passati attraverso alcuna elezione. In tal senso il caso greco è emblematico: i suoi governi non decidono alcunché in tema di politica economica. Le elezioni diventano così un inutile rito che svuota persino quel poco di democrazia formale che è concessa ai cittadini.

All’indomani della Brexit l’ex premier Mario Monti ha incredibilmente parlato di “abuso di democrazia”. Mentre altri hanno opposto un massiccio voto per il remain da parte di giovani istruiti all’altrettanto massiccio voto per il leave da parte di anziani poco istruiti. Opposizione risultata poi sbagliata perché solo una minoranza dei giovani inglesi tra i 18 e 24 anni è andata a votare, il 36%. Il che significa che non c’è stato alcun conflitto generazionale anche se parecchie testate giornalistiche lo hanno gabellato come una realtà. Gallino era molto chiaro: uscire dall’euro ma non dalla Ue. Un modo per l’Italia di recuperare sovranità e democrazia e per l’Europa di riformare la sua Unione.

Patrizio Paolinelli, via Po cultura, inserto del quotidiano Conquiste del Lavoro, 21 settembre 2016.

Come (e perché) uscire dall’euro ma non dall’Unione Europea

di Luciano Gallino

Laterza, 2016

€16,00

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