di Mario Michele Pascale

Il combattente di Karim Franceschi

Un italiano per tre mesi combatte l’Isis. Difende Kobane. Ed è grazie a lui e ai suoi compagni se noi, in Occidente, possiamo dormire sonni relativamente tranquilli.

Heval, in curdo, vuol dire compagno. Ma anche qualcosa in più. È diverso dall’etimo latino “cum panis”, che ha portato con sé non poche complicazioni di carattere religioso nel socialismo. Heval è colui con cui si divide la trincea, l’addestramento, il rischio della battaglia. Karim Franceschi è un ragazzo che viene da Senigallia, di madre marocchina e padre italiano, partigiano. Porta con sé questa doppia identità che lo segna: in Marocco ha la pelle troppo chiara, in Italia troppo scura. È comunque fuori posto. Trova le sue radici non nel colore della pelle, ma nel filo rosso che lo lega al padre, ai suoi ricordi antifascisti, al racconto della guerra di liberazione. Karim Franceschi che prenderà il nome di battaglia di heval Marcello si prepara alla guerra, va a difendere Kobane dall’attacco dell’Isis.

L’immagine con cui si apre Il combattente di Karim Franceschi, edito da Rizzoli, è spiazzante. Il giovane che diventerà heval Marcello supera il confine tra14686462_10210839179164914_1039739849_n Turchia e Siria in maniera rocambolesca, sfuggendo alle guardie di confine turche, tenendo ben stretta una calza della befana piena di cioccolatini. Il primo pensiero dell’aspirante guerrigliero è per i bambini di Kobane. Paco Ignazio Taibo II ha scritto a proposito di Che Guevara che si va in battaglia “senza perdere la tenerezza”. Ma la guerra è guerra. Heval Marcello viene catapultato nelle missioni in prima linea. Si fa onore. Fa suo il sogno di un Kurdistan autonomo ed indipendente, vive in prima persona un esercito che si basa sulla libertà e sulla democrazia, guarda da vicino le ragazze delle YPJ, ne misura la forza e la fierezza. Ma vede anche la gente morire. Egli stesso uccide. Vive la paura prima della battaglia e l’esaltazione del combattimento. È pronto, come tutti i suoi compagni, all’estremo sacrificio. Come tutti i miliziani curdi porta con sé una granata, l’arma estrema da adoperare quando tutto è perduto per portare con sé quanti più jihadisti possibile. Tutti sanno, nell’esercito curdo, che cadere vivi nelle mani del Daesh vuol dire essere torturati, finire decapitati con le membra tagliate. I curdi lo hanno imparato dai cadaveri dei loro amici ritrovati al fronte. Heval Marcello doma se stesso, le sue paure, e chiude i suoi tre mesi di arruolamento nell’esercito dei volontari curdi come cecchino. Egli decide, immobile e solo, sulla vita e sulla morte dei miliziani jihadisti.

Quello che torna a casa è un altro Karim Franceschi. Heval Marcello è rimasto a Kobane, certo. Ma un frammento di lui vivrà per sempre nel ragazzo che è rientrato a Senigallia.

Il combattente di Karim Franceschi è un libro avvincente, che ci fa comprendere le luci e le ombre della guerra partigiana. Non tutti i curdi sono eroi, alcuni sono semplicemente uomini, con tutti i difetti del caso. Ma resta l’eccezionalità dell’impegno. Leggendo il libro si comprende che l’umanità si divide in due: i combattenti ed il piccolo borghese che resta a casa. E si comprende, facendo specchiare l’Occidente a Kobane, quella che è la vera crisi della politica: manca un’idea di futuro ed un sistema ideologico ed ideale di riferimento. La politica, nel mondo sviluppato, è lo spettro di se stessa, riducendosi all’occupazione di posizioni 14696895_10210839180524948_1420813311_namministrative. Per fare cosa? In Occidente l’ideale si tramuta nel calcolo dei millesimi utile alle riunioni di condominio, dove i proprietari discutono dei loro vili interessi. Kobane, invece, con le sue macerie fumanti, è un’altra cosa. Quelle rovine ci parlano di un paese da costruire. Il Kurdistan è un foglio bianco su cui progettare dove la democrazia è un concetto potente, non una coperta troppo corta da stiracchiare a destra o a manca o un obbligo da espletare sbadigliando. E se l’Occidente dorme sonni relativamente tranquilli lo deve agli uomini e alle donne che, in Siria, combattono contro la barbarie islamica.

Karim Franceschi ha fatto il suo dovere. Egli difende Kobane e, contemporaneamente, difende la sua famiglia ed i suoi amici rimasti in Italia. Il suo racconto fa venire voglia anche a noi di andare a combattere l’Isis. Non necessariamente imbracciando un fucile, ma anche brandendo una calza della befana e badando bene di non far squagliare la cioccolata. L’importante è fare la nostra parte. Come heval Marcello.

Il combattente

Karim Franceschi

Rizzoli 2016

euro 17.00

 

 

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