E SE NOI FOSSIMO 38 NOTTI TRASCORSE SUL PAVIMENTO?

di Sabrina Martinelli

Eccomi di Jonathan Safran Foer

“Ma la distanza che non esisteva era troppo grande” Foer

Eccomi è il libro che vorrò rileggere, è il romanzo che si è ricavato una nicchia nella mia mente e che mi accompagnerà a lungo. L’ho amato subito, tanto che mi sono immersa nelle sue oltre 600 pagine senza riuscire a tornare in superficie prima di averlo terminato. E in questo viaggio, mie compagne sono state due pulsioni contrarie: andare avanti voracemente, sfruttando ogni apertura spazio-temporale (i minuti che impiega l’acqua per bollire e poi quelli che impiega la pasta per cuocere, quelli in attesa di fronte alla scuola di mia figlia e quelli della fila alla posta) e, al contrario, rallentare, sostare per assaporarlo meglio, non lasciare che finisse in fretta, prolungare il piacere. A vincere è stata la prima pulsione, desiderio che non ho potuto addomesticare, eppure è un’opera che richiede attenzione e dedizione assoluta nella lettura.

Foer non vuole un lettore occasionale e distratto, ma chi riesce a farsi suo alleato in un percorso rocambolesco di co-scrittura. Il lettore deve porsi in maniera attiva nei confronti del testo, penetrarne lo spirito, alzare la soglia di vigilanza, fare attenzione a ciò che appare banale e banale non è e a cosa si nasconde dietro le parole. Deve lasciarsi accogliere nel libro e sconvolgere. E, così facendo, forse riuscirà anche a capire e ridere delle battute che incontrerà, anziché rimanere perplesso. Ma soprattutto, il lettore dev’essere disposto ad accettare di ritrovarsi sulla pagina perché, sì, l’autore sta proprio parlando di lui, costringendolo a porsi tante domande, forse troppe, a guardare nella propria vita alla ricerca della propria identità e del proprio progetto. Anche i dialoghi apparentemente più assurdi squarciano un velo. Come se non bastasse, il terremoto che Foer smuove nelle nostre coscienze, e che ha il suo corrispettivo simbolico nel sisma che nel libro minaccia di distruggere Israele,  non riguarda solo la nostra intimità, ma tutto il tessutto sociale che abbiamo costruito.

Foer si sposta incessantemente dal macro al micro e viceversa. Non tutto è immediato, quasi tutto è preso da dentro, dal profondo, ed esposto ai raggi del sole, molto è tra le righe, volutamente lasciato dietro le parole affinchè il lettore, guardando in sé, colga ciò che è oltre sè, al di là delle lettere scritte. Riesce così a giungere a verità profonde, lasciandole però sospese, accennate; facendocene dono a patto che in noi ci sia la volontà di coglierle. Per questo è un libro volutamente complesso che si articola in un continuo andare avanti, tornare indietro e immergersi nel presente. Uno stile che è uno strumento per costringere ad una lettura consapevole e che scorre fluido, ironico, avvolgente.

Non racconterò la trama, non lo faccio quasi mai, un po’ perché non credo sia mai, o quasi, l’aspetto più importante di un libro, un po’ perché in questo libro più che mai ciò che davvero conta è lo sguardo dell’autore, la sua capacità di afferrare il reale fuori e dentro di noi e restituircelo mirabilmente incastonato, come un puzzle a rovescio da dover scomporre alla riderca dell’origine dei singoli pezzi.

I suoi personaggi sono reali, dotati di luci e ombre. Veri anche quando sopra le righe, come i figli di Julia e Jacob, la coppia che assiste alla lenta dissoluzione del proprio matrimonio. Di Julia ho apprezzato  l’esserci nei fatti, la sua solidità, la sua responsabilità. Eppure, non è un caso che proprio lei, più attenta e presente, sia quella che nasconde un maggiore desiderio di fuga. Di Jacob ho amato tutto,  l’essere a priori dalla parte dei figli, la fragilità, l’incapacità di veder chiaro in sé. Ho amato il suo esserci con il cuore. E ho trovato estremamente significativa la sua storia con Argo, il cane di famiglia. Se il significato di Eccomi è palesato dal racconto biblico nella figura di Abramo che per il proprio dio pronuncia un “Eccomi” senza riserve e se ci sono nel romanzo tanti modi di esserci, nessuno è più compiuto e cristallino dell’esserci di Jacob per Argo, pur con tutte le sue mancanze, sottolineate da Julia, e le sue insicurezze.

Estremamente presente nel libro è anche la tematica yiddish. L’ebraicità pervade di sé l’opera, il rapporto tra israeliani ed ebrei americani  e l’influenza delle forme del culto anche nella vita degli ebrei atei sottolineano come sia impossibile per un ebreo non essere ebreo. Eppure, sebbene, il tema sia molto interessante e caratterizzante, non è per me centrale. Mi è apparso solo un punto di vista da cui guardare all’uomo in generale e ad una determinata fascia sociale, la classe media americana, in particolare.

La costruzione elaborata, i salti temporali, la ricchezza del materiale trattato vengono resi più fluidi dai molti dialoghi che colpiscono al cuore per la capacità di rendere ciò che difficilmente si lascia imbrigliare dalle parole. Spiccano anche le pagine dedicate al bisnonno Isaac, non per niente è il primo personaggio che incontriamo ad inizio libro e, benché poi resti in sottofondo, si riappropria della scena al momento della morte, una morte che apre spunti di riflessione pressoché infiniti.

Il tema della ricerca della propria identità, così forte, così radicale, scava dentro di noi con incessante logorio e sembra essere il tarlo che più attanaglia Foer. Chi siamo? Cosa vogliamo? Possiamo davvero volere o siamo trascinati semplicemente dagli eventi? La nostra vita è veramente nostra e quando possiamo davvero dire di aver vissuto o di aver scelto? L’unico modo di non sprecare la nostra vita è avere il coraggio necessario per dire “Eccomi”. Un eccomi destinato ad essere altamente imperfetto perché, come l’autore sottolinea, viviamo nel mondo, un mondo caotico e violento, e con questo dobbiamo fare i conti. Un eccomi che raccoglie il senso della nostra vita e ci dice chi siamo poiché sono le persone per cui gridiamo “Eccomi” a definire la nostra identità. Così la lenta, dolorosa, inarrestabile dissoluzione del matrimonio di Julia e Jacob si mostra per ciò che è: un venir meno di quell’Eccomi. Foer ci dice: “Tra due esseri qualunque c’è una distanza unica, invalicabile, un santuario inaccessibile. Qualche volta prende la forma della solitudine. Qualche volta prende la forma dell’amore”. E quando si realizza questa seconda possibilità, allora magari ti ritrovi a dormire 38 notti sul pavimento e a non tirarti indietro.

Leggetelo perché è un grande, grande libro.

 

Eccomi

di Jonathan Safran Foer

Guanda 2016

euro 22,00

 

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