di Sabrina Martinelli

Il rumore del tempo di Julian Barnes

“Tacque per un momento. Una parte di lui era consapevole che una sola sillaba sbagliata l’avrebbe portato dritto in un campo di lavoro, mentre l’altra parte, con sua grande sorpresa, aveva superato la paura.” Julian Barnes 

Il libro di Julian Barnes indaga la vita del compositore sovietico Dmitrij Śostakovič, in bilico tra arte e persecuzione,  e ci restituisce con grande sobrietà e precisione l’atmosfera ai tempi di Stalin. La vita per gli artisti era forse più difficile che per l’uomo comune perché più ineffabile comprendere i limiti da non oltrepassare e meno oggettivo, meno tangibile, il risultato di ciò che veniva loro richiesto. Bastava pochissimo per finire sotto la lente della censura, rischiando letteralmente la vita, la propria e quella dei propri affetti, restando così intrappolati in un continuo ricatto. Barnes, però, riesce a non cadere mai nella facile tentazione di calcare i toni e lanciarsi in condanne esplicite; scava nel suo protagonista con sincerità, ma, al tempo stesso, con rispetto, senza inutili sentimentalismi.

La vicenda è vista attraverso la sensibilità riservata del compositore che trascorre le notti accanto all’ascensore con la valigia pronta in attesa dell’arresto, affrontando la paura per aver scontentato il potere con la propria musica, giudicata stridente, dissonante, rumorosa, troppo poco celebrativa, ottimista e popolare. Ebbene questa valigia è per me metafora del viaggio che Śostakovič intraprende pur senza muoversi, un viaggio all’interno di sé, alla scoperta dei propri limiti e di quelli della propria viltà, ma anche della propria forza.

Lo stile di Barnes è estremamente curato, una prosa elegante e nitida, un lessico ricco. Colpiscono la frammentarietà della narrazione, soprattutto iniziale, e le potenti metafore, ma la bellezza e la forza del libro sono soprattutto nell’ironia che il protagonista oppone alla paura e al mondo circostante. L’ironia diventa la sua arma contro il male, la difesa contro l’omologazione voluta dal regime, il muro tra sé e il circostante, eretto nello strenuo tentativo di mantenere l’io intatto, almeno un po’.

Il compositore dopo la grande paura di essere inviso al dittatore, dopo la censura, dopo il terrore instillato in una personalità già fragile, verrà lentamente riabilitato, consapevole di essere sempre osservato e usato per dar lustro al potere. Gli verrà inevitabilmente richiesta una musica schiettamente popolare, ricca di consenso per il regime e di fiducia nel futuro. Una fiducia che Śostakovič non nutrirà mai e così, anche nella musica, imparerà a nascondere la propria verità dietro un’apparenza diversa, nella speranza che chi verrà dopo saprà coglierla e distinguere l’autenticità dalla falsa propaganda.

Śostakovič, famoso e ammirato anche all’estero, misurerà la propria inevitabile inadeguatezza di uomo quando si recherà per un congresso negli Stati Uniti in rappresentanza degli artisti dell’Unione Sovietica, costretto alla menzogna e all’impossibilità di esprimere il proprio reale pensiero. Misurerà la propria viltà, restandone segnato e profondamente turbato.

Eppure, nonostante tutto, nel viaggio interiore costretto dai suoi tempi, nonotante tutte le volte in cui dovrà piegare la schiena, Śostakovič rimarrà sostanzialmente uguale a se stesso, anzi acquisterà sicurezza e coscienza di sé, senza mai trasformarsi nel leccapiedi festoso e asservito voluto dal regime. La sicurezza di sé si rivela nella consapevolezza degli strumenti a sua disposizione per difendere la propria arte e nel difficile equilibrio cui è costretto tra la fedeltà ad essa e i compromessi da accettare per continuare ad esercitarla. La forza ritrovata si evince nella necessità di tradirsi senza, però, rinunciare nel proprio io a ciò che realmente pensa. È indubbiamente un antieroe, ma instaura un limite con se stesso, un confine fino al quale spingersi, salvando la propria umanità. Di fronte al potere che mira non semplicemente all’obbedienza, ma alla convinzione nell’obbedire, mantiene uno spazio di libertà interiore dal quale l’uomo si affaccia al mondo ogni volta che può mediante la propria ironia. Nella capacità di rimanere a dispetto di tutto se stessi dietro la maschera, nell’integrità dell’uomo che viene salvata, è il senso profondo del romanzo che mette in scena l’antica dicotomia tra arte e vita, da sempre responsabile della solitudine dell’artista.

Il sogno segreto di Śostakovič, l’unica possibile consolazione, è che alla fine, quando il silenzio avrà vinto, cancellando il rumore del tempo, se ne potrà ascoltare finalmente la voce, l’essenza del tempo, quella custodita nel prezioso scrigno della musica che, passati gli uomini, permane a testimoniarne lo spirito.

Il rumore del tempo

di Julian Barnes

Einaudi 2016

euro 18,50

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