IL LIBRO NERO DEL LATTE

La mucca munta è una mucca felice? Ne siamo sicuri?

Di Mario Michele Pascale

Il libro nero del latte. I 10 falsi miti che ci fanno bere di Elise Desaulniers

Il latte fa bene? Dicono di si. Ce lo ripetono da quando siamo piccoli. Ma è proprio vero? Elise Desaulniers ne “Il libro nero del latte. I 10 falsi miti che ci fanno bere”, edito dalle edizioni Sonda, inizia a picconare, dati scientifici alla mano, questo mito. I neonati bevono il latte materno. Nel loro organismo è presente un enzima, la lattasi, che facilita la digestione dell’alimento. Questo enzima scompare con lo svezzamento. Gli adulti ne sono privi e quindi hanno grandi difficoltà nell’assimilare il latte. Il nostro gusto per il bianco liquido è culturale e, quindi, indotto a vari livelli, non ultimo quello delle necessità economiche delle imprese produttrici e distributrici.

Il latte fa bene alle ossa? Certo, ci dicono, contiene calcio e vitamina D. Ma non è l’unico alimento con queste caratteristiche. Il tofu non scherza a riguardo e neanche i cavoli e gli spinaci. Cibi senz’altro più digeribili. Quanto alla vitamina D essa non è presente naturalmente nel latte, ma è un’aggiunta artificiale, resasi necessaria negli anni ’30 per combattere il rachitismo infantile. Rimarreste sorpresi nel sapere che il modo migliore di produrre autonomamente vitamina D consiste nell’esporsi al sole tre volte la settimana per poco tempo. In pratica la spiaggia può agevolmente sostituire il latte.

allevamenti_intensivi_mucche_latteCresciamo con il mito della mucca, in genere bianca e nera, che, dopo aver scampanellato nei verdi pascoli, viene munta allegramente e che vive felice. Non è così. Lo sfruttamento su scala industriale del bestiame da latte impone che i vitelli vengano allontanati dalle madri e che la mungitura sia costante. Una costanza incompatibile con una vita all’aria aperta. Le mucche sono condannate alla produzione senza senso, giacché non c’è nessun piccolo da nutrire, ad un prolungamento innaturale e doloroso della lattazione e ad una vita in una gabbia mentre vengono pompate di antibiotici. Possiamo dire che un operaio in una catena di montaggio fordista, con un turno di lavoro di quattordici ore al giorno, sia felice? No. Perché allora una mucca, all’interno della filiera di produzione lattiero casearia, lo dovrebbe essere?

cacao-piantagione

In ultimo cade il mito del cosiddetto “biologico”. Cioè, in buona sostanza, “cibo senza schifezze”. Dovrebbe essere un nostro diritto assumere alimenti naturali e sicuri. L’esistenza stessa del biologico svela il fatto che il resto del cibo è scarsamente presentabile. Inoltre “biologico” non vuol dire etico. Una coltivazione di cacao “biologica”, ad esempio, non garantisce che i lavoratori non vengano sfruttati, che la piantagione non abbia soppiantato la foresta vergine e che da quel luogo non siano state scacciate le popolazioni residenti. “Biologico” non vuol dire che le materie prime degli alimenti vengano pagate ad un prezzo equo, né il marchio ci garantisce l’eticità del trattamento degli animali. Il biologico è soggetto comunque alle leggi dell’impresa. Il marchio “bio” è stato ed è una grande operazione di marketing che ha sfruttato una diffusa ma molto superficiale sensibilità ecologica. E’ una dizione sfruttata da tutte le grandi multinazionali della nutrizione umana: impensabile che siano diventate improvvisamente buone …

Meditate gente, meditate. E bevete meno latte …

Elise Desaulniers

Il libro nero del latte. I 10 falsi miti che ci fanno bere

Edizioni Sonda, 2016, euro 16,00

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