Recensione di Sonnologie di Lidia Riviello

Di Mario Michele Pascale

Una volta si sognava senza produrre/ L’istituto chiede di amministrare mitologie utili a questo sistema”

Ruvida, difficile da aggirare. Ho dovuto far riposare un po’ “Sonnologie” di Lidia Riviello. Appena ricevuto, carezzato e rigirato tra le mani, abbagliato dalla copertina bianca traslucida, ho percepito, leggendo tra le righe, che a discapito della brevità quel libro sarebbe stata una montagna da scalare. Lo è stato. E questo nonostante l’innegabile perizia dell’autrice, che plasma la parola come fosse argilla, la cuoce dandole solidità, e le trasmette un impulso vitale. Lidia Riviello è una dea. Come tale dona la vita agli oggetti inanimati, infonde loro forza e vigore.

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Lidia Riviello

“Sonnologie” è un volume di poesia. Ma è anche uno spettacolo semantico. A guardarlo è fatto da piccole schegge di vetro, in proporzione come quelle bottiglie rotte che, un tempo, prima dell’avvento dei sistemi di allarme ipertecnologici, insieme ad un cane ben pasciuto, facevano la guardia al muro di cinta delle case. Bottiglie multicolore ed appuntite, che brillavano al sole ed affettavano le mani dei ladri. “Sonnologie” è un libro per pochi, esattamente come dovrebbero essere i libri seri, quelli che, al di là dell’essere in quanto merce, comunicano una verità. Il verbo di Lidia Riviello è che il sonno è un’attività rivoluzionaria.

Il sonno è la sospensione delle nostre coscienza e volontà. Queste sono nemiche del nostro fisico e della nostra psiche. Affinché noi possiamo sopravvivere biologicamente dobbiamo smettere di essere coscienti, forse di avere una coscienza. Anche questa è una  verità pericolosa, da sussurrare, ma che ci porterebbe troppo lontano. Quindi occorre anestetizzarla con una menzogna talmente ben congegnata che ci dia la possibilità di riposarci senza estraniarci eticamente dalla collettività. Ma cosa siamo noi per e nella collettività? Elementi indispensabili per il consumo ed il cattivo infinito dell’economia. Produciamo, consumiamo, ci affanniamo nella ruota del criceto. Ho sempre avuto simpatia per i criceti: compiono lo stesso gesto, sempre identico, del correre sulla ruota fino allo sfinimento. Lo fanno con una nonchalance, una naturalezza disarmante. Traducono in carne, molto meglio di noi umani, il mito di Sisifo. Il sogno diviene parte integrante della ruota del criceto: si corre meglio avendo una meta immaginaria. Meglio se la meta immaginaria sia raggiungibile per approssimazione e paradossi: l’acquisto di “quella” merce, ad esempio, è la realizzazione di un sogno. Oppure il viaggio di massa a buon mercato, che porta con se addirittura un’idea di arricchimento interiore, nobilitando il prodotto. Purtroppo all’oro, come forma di ricchezza spirituale, si sostituisce il polistirolo espanso del turismo di massa, fatto di piedi gonfi, panini da Mac Donald’s e lo stakanovismo simil culturale del “10 musei al giorno. Almeno”. Il sogno, in questa prospettiva, è consapevole, lucido: una forma di allucinazione. E vuole che noi, come individui, siamo “etici”, ovvero facciamo la nostra parte, produrre e consumare, all’interno del contesto sociale. Il sogno non dà ristoro né sollievo. Non contempla il sonno.

Ecco quindi che il sonno, quello che davvero si configura come sospensione delle attività coscienti, diventa qualcosa da rivendicare. Non solo perché interrompe il ritmo forsennato della nostra vita, imponendosi come spazio di libertà, ma soprattutto perché mette in discussione i pilastri della società in cui viviamo. Se sognare ci relega al ruolo di ingranaggi, dormire ci rende protagonisti. Estraniandoci, ci eleva al di sopra dell’alienazione.

Comprate “Sonnologie”. Avventuratevi nella lettura senza dimenticare una corda ed una piccozza. Ne vale la pena.

Lidia Riviello

Sonnologie

Editrice Zona

Pagg.  64 euro 10,00

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