LA PERMANENZA DELLA NATURA UMANA

di Sabrina Martinelli

Recensione di ZERO K di Don Delillo

“Buttare via la persona. La persona è la maschera, il personaggio inventato in questa miscellanea di rappresentazioni sceniche che costituiscono la vostra esistenza. La maschera cade e la persona diventa ciò che siete nel senso più vero. Tutto uno. L’io. Cos’è l’io?Tutto quello che siamo, senza gli altri, senza amici, estranei, amanti, bambini, strade da percorrere, cose da mangiare, specchi dove guardarsi. Ma si è davvero qualcuno senza gli altri?”

Zero K è un romanzo difficile da approcciare, spiazza il lettore apparendo come ciò che non è. La sensazione, che precede la riflessione e l’informazione, è quella di trovarsi in un’ambientazione futura, fantascientifica. Ma non è così. Quello di Zero K è il nostro tempo. Basta una piccola ricerca su Google per accertarsene.

Ci sono già siti web e fisici che offrono la possibilità di accedere alla criogenesi al momento della morte, in modo da preservare il proprio corpo in vista di ipotetici tempi futuri in cui sarà possibile curare o sostituire gli organi mal funzionanti o, semplicemente, invertire l’orologio biologico e restituire forza e vigore a involucri usurati. È già realtà anche la possibilità di conservare solo la testa o soltanto il cervello per implementarli su un organismo nuovo di zecca in un futuro prossimo. Su cosa si basa questa aspettativa? Sulla convinzione scientificamente valida che tutto risieda solo nel cervello e nella speranza che, intervenendo al momento della morte o subito dopo, sia possibile bloccarne il deterioramento, conservandone i ricordi, quindi l’identità.

Don Delillo

Don Delillo

Siamo, però, nello spazio in cui la scienza sembra congiungersi alla fede, come Delillo sapientemente mostra attraverso la rappresentazione dei riti e dei ritmi di Convergence, il luogo in cui tutto accade. Così l’autore ci svela come l’uomo nello scorrere dei millenni sia rimasto sempre lo stesso, un’entità in bilico, come sull’orlo di un abisso, tra razionalità e irrazionalità, perennemente guidato nelle proprie azioni dall’ansia insita nel riconoscimento del proprio limite ultimo nella morte, ansia non redenda che, con le acquisizioni tecnologiche, lo condanna alla sovrapposizione tra religione e scienza.

Ma la domanda non fatta è: il cervello, pur nella sua fisicità e oggettività, è davvero così simile al concetto religioso di anima, tanto da potersi togliere e implementare a piacere o, invece, pur nel suo ruolo direttivo ed elaborativo, è un tutt’uno con il corpo che abita, intrinsecamente legato ad esso tanto che, al di fuori da quel corpo, ne perde irrimediabilmente l’identità? La domanda inespressa aleggia e prende forma nella mente del lettore, insieme al timore per l’evaporazione dell’io.

Nelle parole/non parole fluttuanti che rimangono di Artis c’è davvero la possibilità di pensarle come parole? Quando pensiamo i vocaboli per comprenderli non li mimiamo anche impercettibilmente con gli organi addetti alla parola e, seppure non lo facciamo, non resta dietro di loro comunque un’impronta fisica che nasce dalla consapevolezza di avere organi fonetici da articolare?

Delillo ci parla di criogenesi solo apparentemente. In realtà i temi sono sempre quelli della vita e della morte e dei mille risvolti che li accompagnano, dell’identità personale e della possibilità di uscire da noi, dal nostro involucro, e comunicare davvero con l’altro da sé.

Il romanzo ruota intorno al senso della vita, della nostra vita, in un mondo sempre più oggetto di violenza e barbarie. Vi è una denuncia da parte dell’autore che sembra mettere il dito sull’idea di regresso, anziché di progresso. Accanto al progredire tecnologico che raggiunge il suo apice nel sogno di sconfiggere il limite, oltrepassando finalmente la linea d’ombra, l’uomo resta quello di sempre e, anzi, proprio in contrasto con l’apparente progresso, sembra regredire sempre più a ciò che era agli albori: istinto, autoaffermazione di sé, pura pulsione. E, a ben guardare, sono queste forze che creano la vita, il movimento, mentre in alternativa c’è la stasi, l’incapacità di interagire. Esemplificazione di ciò è il  protagonista, Jeffrey Lockhart, che, privo di stimoli, quasi privo di desideri, incapace di una qualsiasi reazione autentica, viscerale, spontanea, che non sia mediata e calmata dalla mente, si presenta come un’eccezione, una monade chiusa in sé che sfugge la vita, attraversandola come se non lo riguardasse. Un personaggio decisamente e volutamente irritante, irrisolto.

Non vi è una reale differenza tra lui e gli involucri vuoti e vetrificati dei corpi, se non nella sua capacità  di accettare lo svolgersi biologico della vita senza ricorrere all’illusione, quella di una religione o di una nuova scienza. In questo, tuttavia, vi è un’oggettiva grandezza che va riconosciuta e che, però, Jeffrey riesce a conquistare al solo prezzo di rendersi in qualche modo alieno alla vita, tramutando così quella che poteva essere una conquista in una débâcle.

Dietro la criogenesi si nascondono il desiderio di immortalità e/o quello di possedere la fine del mondo, istanze che sono però diverse tra loro e non si sovrappongono. Il desiderio di immortalità è vecchio quanto l’uomo, rivelatore ne è il brano in cui Jeffrey a Convergence entra in un ambiente che riproduce una catacomba con manichini al posto dei corpi. Qui il pensiero del lettore non può non correre all’analogia tra le pratiche antiche sottese alla fede nell’immortalità, quali il lasciare al morto cibo e vasellame e il trattarne la salma con particolari accorgimenti, e la preparazione dei corpi nonché il nutrimento per mantenerli intatti e tonici a Convergence.

Possedere la fine del mondo ha a che fare, invece, ancor più con il desiderio di onnipotenza, un potere ovviamente illusorio, ma alimentato dalle conquiste tecnologiche.

Ross, il padre del protagonista, non riesce a superare il distacco dalla donna amata e decide di raggiungerla anzitempo, nella speranza di un risveglio congiunto e di una nuova vita. Eppure, nonostante i loro gusci posizionati vicini in un angolo tutto per loro, la nostra percezione è che Ross non abbia raggiunto Artis. Entrambi sospesi, morti, eppure forse con una continuità di pensiero/non pensiero senza identità, irrimediabilmente separati, almeno fino al giorno del risveglio, se mai avverrà e se mai quel giorno saranno le persone a risvegliarsi, oltreché i corpi. Un po’ come attendere il giudizio univerale. E allora qual è la differenza tra la religione e questa scienza? Dove il confine? Ciò che è certo è che il tempo passa, ma, come diceva Fallada, Ognuno muore solo.

Il romanzo segna la nostra contemporaneità e merita di essere letto. Offre importanti spunti di riflessione, molte sfaccettature e suggestioni. È un libro innegabilmente importante, la cui lettura arricchisce nel profondo e lascia un segno, continuando ad agire nella mente anche a distanza di tempo, come tutti i grandi romanzi fanno. Eppure a mio avviso ha anche punti deboli e non è perfettamente riuscito. La scrittura è fredda, rarefatta, lenta, adatta al tema trattato. Ci sono alcune espressioni molto belle e la narrazione infonde l’inquietudine, la pressione, la claustrofobia che Delillo era intenzionato a trasmettere. Eppure, manca di vita, di quel guizzo che in mezzo a tanta desolazione e all’adattarsi ad un mondo di falsi e futili bisogni, permane nell’uomo. Manca di una consapevolezza lucida che sia anche voglia di andare oltre e non solo un’acquiescenza passiva. Eppure, è una preziosa riflessione sulla natura dell’uomo che giunge, a mio avviso, a una valutazione pessimistica e realistica, lucida e precisa. Ma, francamente, nonostante la bellezza e il lindore della scrittura stupiscano sempre e la riflessione indotta sia profonda, in alcune parti semplicemente annoia. Mancano le emozioni e un romanzo deve suscitarne. Possono essere emozioni negative, di rabbia o impotenza, ma accanto alla riflessione devono esserci, altrimenti resta un’opera incompiuta. E, se congiuntamente all’indubbia percezione della grandezza, fa capolino la noia, vuol dire che l’autore non è riuscito a catturare per intero il lettore. Resta, però, un’opera dalla quale è impossibile prescindere.

 

Zero K

di Don Delillo

Einaudi 2016

euro 19,00

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