IL PENSIERO DELL’AMORE. GRAMSCI, LA POLITICA E LE DONNE. INTERVISTA A NOEMI GHETTI

Intervista di Marco Coccia

Era il 2011 quando incontrammo per la prima volta Noemi Ghetti. Da pochi mesi era uscito il saggio L’ombra di Cavalcanti e Dante (L’Asino d’oro editore). Il lavoro irritò molta gente, perché andava a toccare il mito di Dante e la nascita della lingua italiana. Tanto che alcuni lo considerarono addirittura un libro blasfemo. A noi piacque molto e in quell’occasione la intervistammo.

Oggi Noemi è andata oltre, da Dante è passata a Gramsci. E affermandosi come stimata studiosa gramsciana, compie ancora una volta un’opera straordinaria, da vero topo di biblioteca, studiando documenti poco conosciuti. E nell’arco di due libri, Gramsci nel cieco carcere degli eretici (L’Asino d’oro editore 2014) e La cartolina di Gramsci. A Mosca, tra politica e amori, 1922-1924 (Donzelli editore 2016), ci restituisce un Antonio Gramsci inedito, dalle tinte tutt’altro che togliattiane.

Noemi perché tutto questo interesse per Gramsci?

Non mi ero mai veramente occupata di Antonio Gramsci prima dell’inizio del 2012 quando per caso vidi una foto della prima pagina del Quaderni del carcere datata 8 febbraio 1929 (tre giorni prima della stipula dei Patti Laternanensi tra lo Stato italiano e la Chiesa). Allora scoprii – tra i sedici argomenti che Gramsci progettava di svolgere nei venti anni di prigionia ai quali era stato condannato dal tribunale fascista – l’esistenza di quella che, in una lettera alla cognata Tatiana, egli definisce la «nota dantesca» sul Canto decimo dell’Inferno. Il Canto di Farinata e Cavalcante, come sa anche chi ha una conoscenza scolastica della Commedia, è dedicato al girone degli eretici, i seguaci di Epicuro «che l’anima col corpo morta fanno», ovvero gli atei. Essi scontano dentro arche scoperchiate e infuocate la pena eterna per non avere creduto all’immortalità dell’anima: possono sì conoscere il passato e antivedere il futuro, ma sono condannati alla cecità rispetto al tempo presente. Questo è il contrappasso per aver preteso di comprendere la realtà umana senza l’illuminazione della fede. Per avere avuto quindi la presunzione di poter anche mutare il corso della storia, che invece per la dottrina cristiana è predestinato dalla divina provvidenza.

Ho così scoperto che Gramsci ai tempi dell’università torinese era un filologo dantesco e un promettente linguista, e che il suo saggio, attraverso il quale ardisce mettere in discussione l’estetizzante metodo critico crociano, è un modello interpretativo rivoluzionario, nel quale la lettura dei testi letterari coinvolge tutti i piani della realtà umana, da quello culturale e politico a quello privato, da quello cosciente a quello inconscio degli affetti e delle immagini senza parola. Per questo nella nota gramsciana attraverso una serie di successivi approfondimenti, al di là della dinamica tra Farinata, il capo ghibellino tutto d’un pezzo, e il consuocero Cavalcante Cavalcanti, angosciato sulla sorte del figlio, intravvediamo il sanguinoso scontro umano, filosofico e letterario tra Dante e il suo ex maestro di stilnovismo ed amico Guido Cavalcanti. E più sotto ancora possiamo avvertire la presenza del feroce scontro tra Gramsci e il «compagno ed ex amico» Togliatti. Che infatti, caso unico attestato durante tutta la prigionia gramsciana, da Mosca attaverso i resoconti di Tatiana segue con apprensione e addirittura commenta la «nota» che Gramsci va scrivendo nella cella di Turi. Una stesura che dal 1930 si svolge per tappe successive nell’arco di due drammatici anni, quelli dopo la «svolta» staliniana, nei quali Gramsci fu abbandonato e si sentì tradito dai compagni della sua parte.

La scoperta di Gramsci fu per me sconvolgente: uno scrittore, un intellettuale e un uomo a tutto tondo, di rara grandezza e modernità. Mi rimproverai di non averlo mai adeguatamente studiato. Mi chiesi come mai non fosse contemplato nel programmi scolastici. Mi stupii di non aver mai incontrato nessuna menzione, nei lunghi anni di insegnamento e ricerca sul rapporto tra Cavalcanti e Dante, delle pagine gramsciane, se non attraverso la citazione quasi letterale che ne fece nel 1968 il grande critico dantesco Gianfranco Contini, senza tuttavia citare Gramsci. Scrissi un primo articolo, «Gramsci nel cieco carcere degli eretici», uscito il 2 maggio 2012 sul giornale italo-francese Altritaliani. Continuai ad approfondire intensivamente lo studio di Gramsci e infine decisi di dedicare all’argomento, con lo stesso titolo, il mio primo volume gramsciano, pubblicato nel 2014 da L’Asino d’oro, destinandolo principalmente ai miei ex allievi, ai quali mi rammaricavo di non avere offerto questa grande opportunità formativa.

Eppure sembra che in Italia il pensiero del pensatore sardo non sia mai interessato troppo, se non nella versione togliattiana. Per quale motivo? Quali sono le paure o i pericoli?

Alla morte di Gramsci, avvenuta ottanta anni fa il 27 aprile 1937, Togliatti riuscì, contro le esplicite volontà di Gramsci, ad avere nelle proprie mani i preziosi Quaderni del carcere. Un’eredità difficile per il carattere stesso della composizione provvisoria in forma di appunti, avvenuta in condizioni proibitive di detenzione e privazione. Un’eredità scomoda per la radicale distanza, politica e umana, tra l’interpretazione togliattiana del marxismo e l’antidogmatismo che in ogni momento caratterizza la ricerca gramsciana, un coerente sistema in movimento che rifiuta per sua stessa costituzione l’acquisizione di posizioni definitive.

Rientrato in Italia dall’Unione Sovietica, Togliatti amministrò la pubblicazione degli scritti secondo una calcolata strategia a lento rilascio, con censure volte ad accreditare una sintonia che in realtà, come attestano le dure accuse presenti nelle Lettere dal carcere, era da lungo tempo compromessa. E tendenti ad avvalorare la continuità di pensiero nel perseguire una «via italiana al socialismo», che in realtà Togliatti aveva fondato sulla svolta di Salerno, sull’amnistia dei crimini fascisti, sull’inserimento del Concordato nell’Articolo 7 della Costituzione, sull’alleanza con i cattolici. Per troppi anni in Italia Gramsci è stato accessibile da un’ottica togliattiana, e studiato in una prospettiva “cattocomunista”.

Non è un caso che il nuovo presidente dell’Istituto Gramsci di Roma, Silvio Pons, abbia recentemente osservato che gli studi gramsciani hanno paradossalmente vissuto una grande fioritura a partire dalla caduta del muro di Berlino, quando invece si poteva immaginare che anche l’opera del pensatore sardo sarebbe stata travolta dal crollo del comunismo. Non è un caso che dalle pagine di uno degli ultimi numeri dell’Unità, che ha finito le pubblicazioni, Francesco Giasi abbia dichiarato che Gramsci «è di tutti»: un patrimonio universale.

Così negli ultimi tempi ho registrato con emozione un interesse crescente nei confronti dei miei libri da parte dei giovani. Mi è accaduto infatti di essere invitata ad incontri con studenti di scuole superiori italiane, che precedentemente li avevano letti. Così è accaduto il 27 marzo al liceo Mariano IV d’Arborea di Ghilarza – il paese nel quale si trova la casa, ora monumento nazionale, in cui Gramsci è cresciuto – per una intensa “Giornata di riflessione sulla vita e sul pensiero di Antonio Gramsci nell’ottantesimo anniversario della morte”. Successivamente il 28 aprile al liceo Grassi di Latina nell’ambito della rassegna Lievito ho partecipato al dibattito sul tema “Gramsci, la scuola e l’egemonia culturale”. A fine maggio sono stata invitata, nell’ambito del Progetto Gutenberg Calabria organizzato dal Liceo Galluppi di Catanzaro, ad una serie di incontri-dibattito con giovani lettori dei miei libri in sei diversi licei della regione, fino all’antico liceo T. Campanella di Reggio Calabria. Tanto che si può dire che tra gli studenti italiani, così come nei murales e nei fumetti, l’immagine di Gramsci rivoluzionario sta contendendo il primato finora detenuto da Che Guevara.

Attualmente Gramsci è infatti, con Machiavelli, lo scrittore italiano più tradotto al mondo, perché al di là delle identità di appartenenza, ovunque ci siano degli oppressi, i suoi scritti parlano di resistenza, di rifiuto, di identità umana da sviluppare attraverso lo studio se davvero si vuole avere una nuova egemonia culturale, che è il fondamento indispensabile di ogni possibilità di rivoluzione. Sta tramontando il tempo in cui lo studio di Gramsci era monopolio di specialisti, che accedevano agli scritti gramsciani in edizioni parziali.

La storia delle edizioni italiane degli scritti gramsciani costituisce un importante capitolo in contrappunto con la nostra storia nazionale: dal 1947, anno della prima, fortunata seppur parzialissima pubblicazione delle Lettere dal carcere a cura di Togliatti e Platone, che vinse il premio Viareggio, al 1975, anno di edizione dell’edizione critica dei Quaderni del carcere curata da Gerratana, per giungere all’Edizione nazionale di tutti gli scritti diretta da Francioni, che ha esordito nel 2007 pubblicando finalmente gli importanti Quaderni di traduzioni, fino ad allora inediti, e che procede secondo un piano che prevede il completamento nel 2020.

Le cause dell’attuale gravissima crisi della sinistra può trovare infatti un’analisi lucida nelle pagine gramsciane, che restano illuminanti per comprendere la contraddizione radicale insita nella successiva politica del cattocomunismo, o del compromesso storico con i cattolici. Perché l’ideale dell’uguaglianza di tutti gli esseri umani, che secondo Bobbio è la stella polare della sinistra, ed è scientificamente comprovato dal 1971 dalla Teoria della nascita di Massimo Fagioli per la naturale dinamica dell’origine della realtà mentale dalla biologia del feto, uguale per tutti, non è conciliabile con l’idea dell’anima spirituale ed immortale di origine divina che sta a fondamento delle religioni monoteiste, ma anche del pensiero razionale.

Gramsci invece, per spontanea e intima convinzione, ebbe sempre l’incrollabile sentimento, direi la certezza della fondamentale uguaglianza di tutti gli esseri umani: donne, bambini, proletari inclusi. Le «paure» e i «pericoli» del pensiero gramsciano sono riconducibili tutti a questo punto. Ovvero alla critica di quella che Marx definiva l’alienazione religiosa, avviata da Feuerbach, e rimasta incompiuta. Occorre rinnovare l’idea stessa di realtà umana, oltre la falsa idea della scissione tra materia e spirito, oltre il Peccato originale del cattolicesimo, l’animalità del logos greco, il Male radicale di Kant o il Nulla originario dell’ebraismo. Millenni di antropologia della scissione, secoli di egemonia culturale cattolica o di Illuminismo fondato pur sempre, come Gramsci scrive nei Quaderni del carcere, su un «noumeno», su un «dio ascoso», su un inconoscibile che spiegherebbe la cattiveria umana, considerata originaria e ineliminabile.

Gramsci è rivoluzionario per il suo ateismo di fondo, per l’umanesimo radicale mai sconfessato in tutta la vita. Già nel famoso articolo «La storia», pubblicato sull’Avanti! il 29 agosto 1916, studiando la genesi dell’alienazione religiosa, Gramsci scriveva:

«Tutto ciò che è storificabile non può essere soprannaturale, non può essere il residuo di una rivelazione divina. Se qualcosa è ancora inesplicabile, ciò è dovuto solamente alla nostra incompletezza conoscitiva, all’ancora non raggiunta perfezione intellettuale. E ciò può renderci piú umili, piú modesti, non già buttarci in braccio alla religione. La nostra religione ritorna ad essere la storia, la nostra fede ritorna ad essere l’uomo e la sua volontà e attività».

Volevo chiederti Noemi, e tu perdonerai la mia impertinenza, come mai in te è così importante ricondurre ogni tuo studio all’amore? Mi spiego meglio: nel libro L’ombra di Cavalcanti e Dante scrivevi che l’italiano nasceva da un sorta di ribellione linguistica e lessicale dei poeti siciliani nei confronti del latino ecclesiastico. E se è pur vero che questo non è un concetto del tutto nuovo, la novità consisteva nel fatto che tu legavi questo processo di radicale rinnovamento proprio alla centralità delle tematiche dell’amore per la donna. E questa sì era una cosa mai sentita prima.

Dopo Gramsci nel cieco carcere degli eretici, altro libro che come ho ricordato ha fatto molto discutere, ritorni su Gramsci con una stesura piuttosto curiosa, La cartolina di Gramsci, A Mosca, tra politica e amori, 1922-1924, un’originale ricerca su Gramsci non solo pensatore e politico, ma anche uomo. Un essere umano travolto da amori, passioni e sentimenti.

E ci risiamo. L’amore torna ad essere il tema centrale. Da Cavalcanti e Dante sino a Gramsci cerchi sempre l’amore. È una ricerca la tua?

Il mio ultimo libro si occupa di uno straordinario documento, nel quale mi sono imbattuta consultando il primo volume dell’Epistolario gramsciano, pubblicato nell’Edizione nazionale nel 2009. Si tratta di una cartolina postale con schizzi umoristici, fumetti e quartine satiriche di Gramsci, inviata il 16 ottobre 1922 assieme a Giulia Schucht, che ha conosciuto da poco e diventerà la madre dei suoi due figli, alla sorella di lei Eugenia, che lui ha incontrato ai primi di agosto nel sanatorio di Serebrianj Bor. Un documento fino ad allora pressoché sconosciuto, forse perché è la testimonianza di un triangolo amoroso del tutto anomalo, nel quale il leader sardo si trova coinvolto agli inizi del suo soggiorno in Unione sovietica. Forse perché rivela un Gramsci spregiudicato e diverso dall’icona del martire consegnataci dalla storiografia ufficiale. La cartolina è disegnata proprio giorni in cui in Italia con la marcia su Roma si afferma il fascismo, e in cui Gramsci incontra Lenin, che lo ha invitato in Russia con la delegazione italiana, ma è già stato colpito dal primo ictus. Un soggiorno importantissimo per la sua vita di uomo e allo stesso tempo per l’elaborazione delle categorie fondamentali del suo pensiero politico.

E qui vorrei fare una premessa di carattere metodologico: la Storia non è solo quella politica, diplomatica, pubblica. Si fa con l’uomo intero. Intendo dire che quello che spesso viene liquidato come “il privato” non è da relegare a una storiografia minore, annalistica: è indispensabile per la ricerca storica alta. Così i documenti che ci restituiscono e ci servono a comprendere non solo i comportamenti, ma anche le emozioni e gli affetti degli esseri umani sono importantissimi. L’amore, tra le emozioni umane, direi che occupa un posto centrale. Non si tratta di gossip, di andare a spiare sotto le lenzuola di uomini politici. La vita non è fatta a compartimenti stagni, e se lo è, se siamo in presenza, come a volte accade, di vizi privati e pubbliche virtù, anche questo è un fatto interessante di cui tenere conto. Aggiungo che la «questione femminile» ha un ruolo importantissimo agli inizi del Novecento: fu un punto qualificante anche nelle due rivoluzioni russe (1905 e 1917). Le donne ebbero un ruolo importantissimo, accanto alle avanguardie. Parteciparono in massa, esprimendo un gran numero di intellettuali e artiste.  Rosa Luxemburg, Clara Zetkin, Aleksandra Kollontaij, Inessa Armand, ma anche le due sorelle Schucht ebbero una funzione di rilievo anche sul piano politico. Anche se spesso furono ostacolate prima di tutto dai compagni di lotta, e le grandi conquiste sociali faticosamente ottenute furono presto rinnegate dallo stesso Lenin, che certo con le donne non fu tenero.

Gramsci da questo punto di vista è un esempio più unico che raro: nei rapporti con le donne, fu sempre estremamente aperto, e animato da un incrollabile sentimento di uguaglianza, che riusciva a coniugare con l’assoluto rispetto della diversità sessuale. Sensibile all’importanza dell’identità femminile, nel suo lavoro politico volle sempre al suo fianco una donna con cui condividere la ricerca.

Direi inoltre che l’amore, nella mia concezione dell’essere umano, occupa un posto di assoluto rilievo, anche per la rilevanza che assume, nello sviluppo dell’identità di ciascuno, la presenza dell’immagine interiore del diverso da sé, che va a rappresentare il primo anno di vita, fatto di affetti e immagini senza parola, nel quale la coscienza è ancora strettamente fusa all’inconscio. Essere umano uguale e diverso: tenere insieme queste due caratteristiche, che per il principio razionale  di non contraddizione dovrebbero escludersi, come ha scritto Massimo Fagioli, l’autore di Istinto di morte e conoscenza (L’asino d’oro editore), è il segreto, il fondamento non solo della laicità, ma anche della possibilità di creatività nei rapporti interumani. Ovvero nel pretendere che la propria realizzazione consista sempre nel volere la realizzazione dell’altro da sé. Basta con la brutta storia biblica di Eva e il serpente, con quella di Caino e Abele. Basta anche, oserei dire, con la tragedia greca. Homo homini lupus è la peggiore perversione della realtà umana che sia stata mai codificata dal pensiero religioso e da quello razionale. Le favole antiche che ci piacciono sono quella di Amore e Psiche, quella di Dafni e Cloe. (Roma, 4 luglio 2017)

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