STRETTI STRETTI, ABBRACCIATI A NOI STESSI

di Sabrina Martinelli

Nel guscio, Ian McEwan

“C’è qualcosa di poetico nella sua insipienza, una specie di nichilismo capace di ravvivare il luogo comune. O, al contrario, di disinnescare la più turpe delle idee con la banalità. Lui solo potrebbe superarsi, e dopo una manciata di pensosi secondi in effetti lo fa.” McEvan.

 

Una cosa è certa. Nel guscio è un piccolo gioiello. Non ha l’estensione di Espiazione né la sua raffinata costruzione, ma un’andatura intima racchiusa nella circonferenza di un utero. Da qui, però, il protagonista, l’io narrante, un feto quasi pronto per nascere, riesce a volgere lo sguardo al mondo, ad assimilarlo e comprenderlo grazie proprio a questa obbligatoria estraneità di fatto che gli permette uno sguardo onnicomprensivo, non ancora coinvolto e corrotto dall’esserne anche attore.

La scrittura di McEwan, però, al di là della storia, è la reale protagonista. Una scrittura colta, ironica, ricercata, così potente da trasmettere al lettore un piacere quasi fisico e impedirgli di distaccarsi dalle pagine. Così, spesso ci si ritrova a tornare indietro per rileggere una frase, una, due, tre volte, con un po’ di innegabile invidia e un piacere venato di malinconia perché più leggi e più ti appresti alla conclusione. La lingua di McEwan non rivela lentamente la propria forza, l’impatto è immediato, basta leggere la prima mezza pagina per capire la differenza tra uno scrittore e i tanti prodotti commerciali che affollano le librerie. Tutti sono libri, non tutti letteratura. Le sue frasi si avvitano su se stesse con un’esplosione di aggettivi e accostamenti arditi che colorano la parola scritta e risvegliano la nostra curiosità che germoglia nel risveglio dei neuroni. Così il materasso su cui dormiva il padre e che ora accoglie l’amante diventa sleale e su tutto riluce l’ironia, la stupefacente ironia di questo feto che non risparmia nulla a nessuno, neppure a se stesso, un’arma dell’intelligenza che mantiene però tutta la propria umanità in divenire e, pur dilettando il lettore non può, non vuole, rinunciare al sentimento.

Ian Mc Ewan

Qua e là fa capolino l’autore, si avverte la sua presenza nelle idee sulla politica e la società, come quando in difesa delle conquiste della vita moderna l’autore enumera tra le tecnologie “verdi” gli ogm e l’energia nucleare. Qui è udibile l’eco delle polemiche intorno alle dichiarazioni di McEwan a favore del nucleare. Questi riferimenti distraggono un attimo o perlomeno distraggono chi, come me, ha posizioni contrarie, mentre altre dissertazioni, come quelle sul vino, sono semplicemente godibili e rimangono tutte interne alla storia.

Come tutte le opere d’arte, è un libro con diversi livelli di lettura. La trama è avvincente di per sé e non cogliere il, peraltro chiarissimo finanche nei nomi, rimando a Shakespeare non inficia in alcun modo il piacere. Ma coglierlo implica una comprensione e una riflessione in più. Le parole di Shakespeare “potrei essere rinchiuso in un guscio di noce e tuttavia ritenermi re di uno spazio infinito” riecheggiano chiare, acquistano un nuovo significato e si traducono in novello punto di vista. Il libro ha in sé anche le dinamiche del noir e l’ironia graffiante che segue l’agire di Gertrude e Claude calamita la nostra attenzione. Eppure c’è anche tanto, tanto altro, una riflessione sul circostante, sull’identità e la libertà.

Siamo davvero liberi di essere ciò che siamo? I nostri sentimenti e le nostre posizioni nel mondo dipendono dal nostro pensiero razionale o questo si piega inevitabilmente alla rete di relazioni nelle quali siamo comunque costretti? E la nostra responsabilità dove inizia e dove si ferma? È possibile porre un confine netto tra noi e gli altri quando siamo tutti interconnessi e interdipendenti, quanto un feto lo è dalla madre? E qui possiamo guardare la cosa in chiave psicoanalitica, esplorando il rapporto madre-figlio, ma anche in quanto metafora. Il feto nel guscio, senza nome né sguardo amorevole, siamo noi nella prigione-mondo, costretti a fare i conti con ciò che abbiamo a disposizione, interdipendenti, talvolta impotenti, anche quando vediamo arrivare la catastrofe, disperatamente bisognosi d’amore, senza il quale abbiamo difficoltà a trovare un senso, a definirci come persone, ma anche fortunati di vivere, nonostante tutto. Come il piccolo, consapevole di dipendere in tutto dalla madre, non può che amarla, costretto ad arrendersi a questo amore anche nel momento dell’odio, così noi amiamo e odiamo ciò che ci circonda. I tempi in cui viviamo in bilico tra le conquiste di un innegabile progresso e la minaccia di un ritorno alla barbarie, con gli attentati di ogni fondamentalismo, sono l’utero che segna i nostri confini.

Il feto stritolato nella mancanza di amore e attenzione è combattuto tra essere e non essere proprio come un novello Amleto. Alla fine, però, sceglie la vita e decide di agire, rifugge la vigliaccheria e, al posto della libertà, sceglie la giustizia che implica anche una nuova prigione per sé, quella fisica e quella dell’amore che lo incatena alla madre, corrompendo la sua innocenza. Alla fine ciò che resta è, sempre e comunque, il caos della vita.

La domanda che ci si pone a un certo punto, però, è: a chi parla questo meraviglioso feto? Parla a noi lettori, ovvio, ma egli non può averne percezione, dunque parla a se stesso e in questo monologo c’è tutta la sua, nostra, solitudine. Un altro confine entro il quale ci dibattiamo e la cui sola soluzione (l’agire per lo scrittore) forse è la coscienza, attraverso il pensiero e il linguaggio, di rendere omogeneo il reale, magari in un libro.

Ed ecco l’eco della costruzione “romanzo nel romanzo”, propria di Espiazione,  quando a proposito del mondo che lo attende il non ancora nato dice: “Ne sono già innamorato, non so nemmeno che opinione avrà di me, se mi presterà attenzione, addirittura se si accorgerà che esisto. Da qui mi pare cattivo, indifferente alla vita, alle vite.” Si riferisce naturalmente alla paura di non essere amato, alla consapevolezza di quanti orrori vi siano nella realtà accanto alle meraviglie, ma potrebbe esser letto anche come nascita del bambino-libro che dovrà fare i conti con l’accettazione del pubblico e uscire dal luogo protetto, dal guscio, lo studio in cui lo scrittore è solo con se stesso. Così il feto si fa opera in una lingua ricca, raffinata, lussuriosa, con una scelta di aggettivi inimitabile e frasi che ruotano intorno a un’idea in spirali perfette di pura estasi.

 

Nel guscio

Ian McEvan

Einaudi 2017

Euro 18,00

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